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01/05/15

La jaula del trabajo

"Italia es una república fundada sobre el trabajo". Seguramente la mitad de la asamblea constituyente habría querido decir "república de trabajadores". Habría tenido un significado completamente distinto. No estoy pensando en la mitología de Stakanov que alcanza 20 veces la productividad diaria garantizando la consecución del plan quinquenal y el bienestar del pueblo soviético, sino a la idea que el derecho-deber del trabajo da a todos aquellos que participan de ello una parte de responsabilidad de lo público, del bien común. Pero, por otro lado, la idea del trabajo existe un poco en todas las ideologías. El "ora et labora" cristiano: tienes que orar, pero tampoco hay alguien que trabaje en tu lugar. En el liberalismo el trabajo es lo que da valor a un recurso natural mediante un proceso de transormación, y legitima la propriedad privada; en el extremo nos encontramos con el mito del self-made-man. La inscripci&oacuten "el trabajo os hace libres" aparecía (sarcásticamente?) sabemos donde. El primer artículo de la consitución italiana es un compromiso, y en sí mismo no signfica realmente nada, al revés, en un contexto selvajemente capitalista me parece irrisorio. Parece trasmitir el siguiente mensaje: "pobre chaval, tienes que fluctuar en las categorías mentales que alguien ha preparado para ti, tienes que currar toda la vida, pagar los impuestos, por lo menos lo que baste para que la superestructura sobreviva a sí misma, alguien a lo mejor va a ser rico pero tú por lo menos serás digno".

Instalación Ford River Rouge, Dearborn, Michigan.
Libreria del Congreso de lo Estados Unidos de America

La estructura fordista ha modelizado nuestra sociedad, y aún más la representació que tenemos de ella, la idea que nos ha dado alguna forma de bienestar deseable, pavimentos lúcidos, la antena en el balcón en lugar del water, la calefacción centralizada, el coche de cilindrada media con el que colmar lugares elegidos arbitrariamente el sábado por la tarde para después llevarla al desguace con los incentivos ecologistas tras cinco años de vida, no sea que sin apoyos desaparezca este modelo del que dependemos desesperadamente, porque todo el resto es precariedad, descomposición, establecimientos semi-periféricos abandonados con los cristales rotos ocupados por inmigrantes clandestinos, hombres divorciados y refugiados políticos.
Esta estructuración de la vida en compartimentos estancos puede haber alargado la expectativa de vida pero nunca ha dado respuestas a algo que se parezca a exigencias profundas. Mitad de la vida productivo, un cuarto cuidado por los padres, un cuarto por los hijos. Escuelas no como centros de cultura y sociabilidad, sino como aparcamientos. Otros aparcamientos de 50 metros cuadrados con heptagenarios dentro, que si no está la señora rumana o filipina ven solo Rai 1 porque nadie ha cnsiderado significativo explicarles cómo cambiar canal, las transiciones tecnológicas no son para ellos, que salen sólo para volver con bolsas dentro de bolsas. El día dividido en tres partes: ocho horas para dormir, ocho horas para trabajar y ocho para cuidarse a sí mismo. Que después, de estas últimas, dos transcurren en un medio de locomoción individual debido a una crisis antropológico-urbanística, dos procurándose y engullendo comida con suficiente valor nutricional pero ningún valor social o relacional, dos delante del televisor por una crisis que no es otra cosa que cultural... ¿qué queda? ¿La semana en Benidorm durante el puente de Nuestra Señora?

Atasco durante la hora punta, en Shanghai
Fuente: Reuters

¿Y si no...?
Quizá la única cosa que mi padre ha intentado enseñarme, encarnando también esta idea con su actividad laborativa, es que no se vive para trabajar sino que se trabaja para vivir. No estoy completamente seguro de haber entendido, en este contexto, qué significa vivir, pero .... Soy suficientemente inteligente para que me resulte imposible identificar mis aspiraciones con las de una empresa hipotética con ánimo de lucro, los propietarios y/o los accionistas para la que me encontrase trabajando un día. He vivido demasiadas relaciones personales auténticas y gratuitas, y he visto demasiadas personas dedicarse sincera y arduamente al bien común, para poder percibirme como gerente de mí mismo con el objetivo de cualificarme y adquirir poder económico y contractual en el "mercado laboral". Amontonar dinero para sostener un estilo de vida del que no siento necesidad es discretamente poco interesante como perspectiva. Quizás el amor por otra persona podría servir para percibir todo el resto como mera supervivencia pero por ahora creo que no.
Normalmente cada discurso que escucho sobre el tema trabajo me torna alicaído, oprime mi personalidad comprimiéndola en un ángulo remoto mientras retóricas inconclusivas y exigencias minimalistas colisionan delante de mí sin éxito, como si fuera posible afrontar la cuestión sin preguntarse sobre qué está fundada esa sociedad que nos gustaría que lo exigiera y garantizara a todos.

02/05/10

La gabbia del lavoro

"L'Italia è una repubblica fondata sul lavoro". Sicuramente metà dell'assemblea costituente avrebbe voluto dire "repubblica dei lavoratori". Avrebbe avuto un senso completamente diverso. Non sto pensando alla mitologia dello Stakanov che raggiunge 20 volte la produttività giornaliera garantendo l'ottemperanza del piano quinquennale e il benessere dello stato sovietico, ma piuttosto all'idea che il diritto-dovere del lavoro da a tutti coloro che ne partecipano una parte di responsabilità sulla gestione della cosa pubblica, del bene comune. Ma d'altra parte l'idea del lavoro c'è in un po' tutte le ideologie. L'ora et labora cristiano, prega si, però non è che se preghi allora c'è qualcuno che lavora al posto tuo. Nel liberismo il lavoro è ciò che da valore ad una risorsa naturale attraverso un processo di trasformazione, e legittima la proprietà privata; all'estremo c'è il mito del self-made man. La scritta "il lavoro rende liberi" campeggiava (sarcasticamente?) sappiamo dove. Il primo articolo della costituzione italiana è un compromesso, e da solo non vuol dire proprio nulla, anzi, in un contesto selvaggiamente capitalista mi suona sbeffeggiante e derisorio. Tu, povero tapino, annaspa nelle categorie mentali che qualcuno ha impacchettato per te, sgobba tutta la vita, paga le tasse, almeno quel tanto che basta per garantire che la sovrastruttura sopravviva a se stessa; qualcuno magari sarà ricco ma tu quantomeno sarai dignitoso.

Instalación Ford River Rouge, Dearborn, Michigan.
Libreria del Congreso de lo Estados Unidos de America

Intanto la struttura fordista ha plasmato la nostra società e ancora di più la rappresetazione che ce ne siamo fatti, l'idea che sia essa ad averci donato qualche auspicabile forma di benessere, i pavimenti lucidi, l'antenna sul balcone al posto del cesso, il riscaldamento centralizzato, l'auto di media cilindrata con cui affollare luoghi scelti arbitrariamente il sabato sera e fare le scampagnate la domenica pomeriggio, per poi rottamarla con gli ecoincentivi dopo cinque anni di vita, sia mai che senza sostegno questo modello a cui siamo disperatamente attaccati svanisca, perché tutto il resto è precarietà, disfacimento, stabilimenti semi-periferici abbandonati con i vetri rotti, occupati da immigrati clandestini uomini divorziati e rifugiati politici.
Questa strutturazione della vita a compartimenti stagni forse avrà allungato l'aspettativa di vita ma non ha mai dato risposte a qualcosa che assomigli ad esigenze profonde. Metà della vita produttivo, un quarto a essere guardato dai genitori, un quarto a essere guardato dai figli. Scuole non come luoghi di cultura e socialità, ma come parcheggi. Altri parcheggi di 50 metri quadri con dentro settantenni, che se non c'è la signora rumena o filippina guardano solo Rai1 perché nessuno ha considerato significativo spiegare come cambiare canale, le transizioni tecnologiche non sono per loro, che escono solo per tornare con sacchetti con dentro altri sacchetti. La giornata divisa su tre turni: otto ore per dormire, otto ore al lavoro, otto ore per la cura di te stesso. Che poi, di queste ultime, due si trascorrano in un mezzo di locomozione individuale a causa di una crisi antropologico-urbanistica, due a procurarsi e ingurgitare cibo con sufficiente valore nutrizionale ma nessuna valenza sociale e relazionale, due davanti alla televisione per una crisi non meno che culturale.... cosa ti rimane? La settimana a Rimini a ferragosto?

Atasco durante la hora punta, en Shanghai
Fuente: Reuters

Oppure...?
Forse l'unica cosa che mio padre ha tentato di insegnarmi, incarnando anche con la sua attività quest'idea, è che non si vive per lavorare ma si lavora per vivere. Non sono così sicuro di aver capito, in questo contesto, cosa significhi vivere, però.... Sono intelligente quanto basta perché mi venga impossibile identificare i miei fini con quelli di una ipotetica azienda a scopo di lucro di proprietari e/o azionisti per cui mi ritrovassi a lavorare. Ho vissuto troppe relazioni personali autentiche e gratuite, e ho visto troppe persone dedicarsi sinceramente e arditamente al bene comune, per potermi percepire come imprenditore di me stesso allo scopo di qualificarmi e guadagnare potere economico e contrattuale nel "mercato del lavoro". Raccimolare soldi per sostenere uno stile di vita di cui non sento il bisogno è discretamente poco interessante come prospettiva. Forse l'amore per qualcun altro potrebbe valere il percepire tutto il resto come mera sopravvivenza, ma adesso come adesso penso di no.
Solitamente ogni discorso che mi capita di sentire sul tema del lavoro mi avvilisce, opprime la mia personalità, schiacciandola in un angolo remoto mentre retoriche inconcludenti ed esigenze minimali si scontrano di fronte a me senza esito, come se fosse possibile affrontare la questione senza chiedersi su cosa si fonda quella società che vorremmo lo esigesse e garantisse a tutti.